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Fragmenta

di Guglielmo Gigliotti

La pittura è uno strumento di cui l’uomo si è dotato per riflettere sulla natura del reale e le sue apparenze. E’ arte visiva nel senso che lavora sulla visività di quello che ci è dato vedere, ma non per limitarci a vederlo, bensì per renderci compartecipi della sua struttura globale, anche della sua parte “invisibile”.

…Maria Pina Bentivenga, quando dipinge o incide su lastra, non lo fa per riprodurre immagini del visibile e del visto, ma per portare avanti, passo dopo passo, i suoi lunghi e accurati studi sulla natura del segno, degli elementi che determinano l’immagine, e la giustificano in quanto tale.

Il viaggio dentro la pittura si fa così tutt’uno col viaggio dentro e attorno al reale, oltre che con quello dentro sé. Viaggio triplice, dunque, che nella Bentivenga, prende le mosse, come per tanti, dalla realtà riconoscibile, il cosoddetto figurativo, ma che poi prosegue, senza soluzione di continuità, nel cosiddetto astratto.

Paesaggi, morbidi, quelli di Maria Pina Bentivenga, che evidenziano la natura unitaria di questo processo esplorativo nel/del segno e la sua intima coerenza, nonché urgenza e sincerità.

Sono paesaggi le prime tele esposte in questa mostra, ma in verità sono paesaggi di segni, labirinti di pennellate, ragnatele di contorni, pretesti per il dipanarsi filamentoso di forme, toni e colori in organismo autosufficiente, in riflessione pittorica. E’ già evidente qui, che l’unica realtà sottoposta ad analisi, è quella inerente la stessa pittura, che non abbisogna di puntelli e giustificazioni altre per manifestare la sua integrità e autonomia, il suo splendore. Una realtà in cui tuffarsi.

E’ proprio quanto fatto dalla Bentivenga nelle tele, sovente di piccolo formato, in cui l’emancipazione definitiva dal “figurativo”, reca, nella sensibilità peculiare per certi segni e tracciati, la memoria di tale precedente stadio, ma liberato da referenti extra-pittorici. Ed è proprio sulla memoria che si gioca tale passaggio, memoria di quanto visto e vissuto che assurge a materiale della pittura come i colori e i segni, ad essi impastandosi, divenendo tutt’uno. Perché dipingere è anche una forma di ricordo, di metabolizzazione di esperienze, di loro radicamento nella coscienza più profonda.

Maria Pina Bentivenga, infatti, individua un soggetto cui ispirarsi, lo studia, lo fotografa, ma poi decide di dimenticarlo, per poi rievocarlo con la memoria della pittura. E la pittura fa strani scherzi. La pittura va dentro, gratta via la superficie del visibile e avvicina, con una capriola che è stata chiamata poesia, alla struttura segreta delle cose.

La Bentivenga, o la sua memoria, che sono poi la stessa cosa, sembrano attuare pure fisicamente questo avvicinamento, quasi a voler riconsiderare frammenti del soggetto di partenza sotto una lente d’ingrandimento, al fine di evidenziarne il tessuto essenziale.
Un procedimento comparabile con la perdita della messa a fuoco, che però non produce sfocature, ma determinazione di nuove immagini, attivazione di nuove trame, scoperchiamento di altri percorsi, esistenti precedentemente sottopelle.

Permane infatti l’integrità del segno, la sua conformazione chiara e leggibile. Anzi, questa viene ancor più ad evidenziarsi nella sua elementare flagranza.

Nascono così i rivoli, gli andamenti a segmenti, i grovigli e gli incastri, le linee spezzate e talvolta sovrapposte, dell’ultima stagione. Un dedalo di tracciati, talvolta concitati talaltra spazialmente ritmati, che offrono alla vista il racconto di brani di reale trasformato in segno. Reale non più concettualmente individuabile, ignoto ma rivelato, immensamente grande e minimamente piccolo. Perché entrare nelle cose corrisponde ad uscirne per vederle a volo d’uccello, il dentro-fuori si fa gesto solamente intuibile – e per fortuna “dipingibile” – , in cui saltano i rapporti di misurazione dimensionale e si mischiano le essenze, giocando a nascondino con le apparenze.

Non c’è visionarismo in tutto questo, e né propensione al fantastico, parole nate per allontanare dalla normalità il semplice gesto di “guardare meglio”. C’è la disponibilità ad accogliere senza timori e rimozioni la naturale complessità (non complicatezza!) del mondo per come lo vediamo, lo dipingiamo.