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Incisioni

di Giorgio Trentin

Cara Maria Pina,
mi acconsenta di chiamarLa, semplicemente, così, nonostante sperassi, vivamente poter rispondere positivamente, al suo gentile invito, che mi onora profondamente, a presentare questa sua personale alla Galleria La Scaletta, di Matera, le presenti, difficili condizioni in cui, da tempo, mi trovo ad operare, gravato di troppi molteplici, precedenti impegni, con la conseguenza di tempi sempre più ristretti a disposizione, non mi acconsentono, sfortunatamente, di poter affrontare il problema con l’impegno che una tale iniziativa, necessariamente, richiederebbe.

Ne sono infinitamente spiacente, ma con questa mia lettera, che mi auguro Ella potrà, nonostante tutto, volere accogliere e che non intende volersi sostituire a quella analisi e a quelle riflessioni che il suo impegno incisorio merita ed esige, desidero, me lo acconsenta, perché è l’unica cosa che mi sia, ora, concessa poterLe almeno, testimoniarle di quanto avrei, veramente, desiderato potere affrontare e svolgere, approfondire, con sufficiente respiro, un discorso, da lungo tempo venutosi, come mia viva esigenza, formulando nella mia mente.

Un impegno, in una ricerca quale quella da Lei sino ad oggi portata avanti, chiamata, sin dai primi contatti e incontri con l’opera sua, grazie, anche, all’amico Professore Duilio Rossoni, a suscitare in me, un particolare e direi notevole interesse.

Un’opera, nonostante la, di lei, giovanissima età che ebbe, sin dagli inizi, subito a colpirmi per una già raggiunta, assai elevata maturità tecnica e culturale chiamata a porLa in particolare rilievo tra le presenze più degne di attenzione nel contesto di quel sempre più ampio e vivace modo giovanile portato, senza dubbio, a rappresentare una delle testimonianze e una delle verifiche più altamente significative di questo clima di rinascita venuto sempre più fortemente caratterizzando, in questi ultimi due decenni, sopratutto, gli sviluppi della ricerca incisoria nel nostro Paese.

Una formazione educativa, la Sua, avvenuta maturando, in campo incisorio, prevalentemente seguendo, credo, gli insegnamenti di un maestro della levatura di un Duilio Rossoni, a cui ripeto, sono grato di avermi potuto creare le condizioni di un possibile incontro con Lei, un incontro, che ripeto ancora una volta, da tempo desideravo.

Una formazione in cui, logicamente evidente, mi sembra l’impronta di partenza di un Duilio Rossoni, ma dalla quale Ella ha saputo, senza alcun dubbio, venire maturando lo sviluppo progressivo di un autonomo processo elaborativo condotto a tradursi nella stesura del tessuto incisorio di un proprio, assai personalizzato, linguaggio, come già accennato, in grado di concretizzarsi in un assai notevole padronanza del mestiere e nella raffinata preziosità di una tecnica, sopratutto, acquafortistica.

Di un linguaggio che in tale suo processo elaborativo sarebbe venuto delineandosi nel maturarsi di un tessuto materico, di una materia frutto di un intenso travaglio, portato a concretizzarsi e a caratterizzarsi, spesso, nella tensione, anche drammatica delle tormentate ma anche compatte, esasperate, plastiche strutture di paesaggi, più esattamente sembra di frammenti di paesaggi come avvertiti, colti e afferrati nel vagare dei pensieri, della mente, alla ricerca e alla scoperta, al ritrovamento dei propri punti di vitale riferimento e di verifica negli spazi infiniti, dilatati di una memoria ancora nutrita dagli echi di antichi accadimenti.

Di un paesaggio che, spesso, nella dura, aspra, solennità, in non poche delle sue pagine, delle proprie architetture, dolorosamente scavate e quasi dolorosamente indagate, penetrate e sviscerate, messe a nudo nella verità delle proprie più segrete, scheletriche strutture, nel processo di una grafia segnica compatta e serrata, ricca non di rado di plastica violenza e nel suo riflettere, nella forza e nella tensione di una tale indagine, il calore e la commozione di una profonda presa di coscienza e di una visioneintensamente emotiva, ci sembra assai chiaramente venire riflettendo i ricordi e gli echi, le risonanze costanti di quella, ancor vitale realtà di quel mondo, di quell’ universo, ancor pulsante dei messaggi vitali di un passato senza limiti nel tempo che sono i “Sassi” di Matera, di quella terra a cui sono, credo, così intensamente legate le sue origini e in cui sempre periodicamente ritorna come nell’incessante bisogno di ritemprare le proprie forze.

Di quel paesaggio da Lei mi sembra, chiaramente recepito quale spazio nel respiro di quei silenzi infiniti potere ritrovare le condizioni, il clima, per un incontro con se stessa, con la propria coscienza, per, ancora, poter meditare e riflettere, pensare, in un mondo sempre più sollecitato a non più pensare, vivere con intensità le proprie più segrete emozioni e ciò soltanto acconsentito dal calore di quella carica di umanità strettamente connessa alla penetrante verifica offerta da una insostituibile, irrinunciabile manualità

Quel Paesaggio, chiamato, del resto, se pure a vari gradi di profondità e sempre più indistintamente, a ritornare ad assurgere, ad essere tema prioritario, e non secondario, sempre più frequentemente ricorrente tra i giovani, in particolar modo, nel loro impellente bisogno di ricerca e di ritrovamento, di una dimensione umana di rapporti per la possibile continuità di un loro operare, come un rifugio protettivo dalle pressioni e dai condizionamenti massificatori e ricattatori esercitati dalla prepotenza ossessiva di una ufficialità accademica, sempre più distante dalla presa di coscienza dai problemi e dalle preoccupazioni delle genti.

Come per una sosta necessaria per una riossigenazione delle proprie energie, per una più meditata verifica delle proprie eventuali scelte prima di una possibile ripresa di un proprio cammino.

Una di lei presenza chiamata, ritengo, a manifestarsi sul piano di un impegno, di una responsabilizzazione, credo bisognosi del clima e del calore di una umana partecipazione, ad esempio, ci sembra simbolicamente, anche avvertibile, in quel fitto, tra loro, intrecciarsi e compenetrarsi dei rami quasi filiformi di piante diverse, sino ad una loro fusione, ad un loro amalgamarsi nel processo formativo di una materia, qui, mossa in pulsazioni di raffinata sensibilità percettiva e quindi anche su quello del coraggio nei confronti di certe inevitabili scelte e con ciò pertanto a spiegare anche l’adesione Sua, un’adesione che ci onora, ad un gruppo quale quello degli Incisori Veneti così profondamente estranea ad ogni concezione corporativa di mestiere, tipica, invece, generalmente, di un tradizionale forma associativa e così costituzionalmente sorretto, peraltro, nel respiro di una visione legata al possibile maturarsi di ampie battaglie di profondo rinnovamento politico culturale, di riscatto etico e morale, da condizioni di avvilenti rinunce e abdicazioni.

Quell’ ampia validità della sua presenza, cara Maria Pina Bentivenga, chiamata, ritengo, a riscontrare nella umana tensione d’ indagine del messaggio incisorio il più maturo sviluppo delle proprie esperienze e vicende culturali, che verrà trovando ne sono certo, ulteriore, piena conferma e riconoscimento in occasione precisamente di questa sua personale a Matera, di rilevante importanza non soltanto perché, sostanzialmente, essa avviene nella sua terra, ma soprattutto in quanto tale mostra sarà chiamata a ricevere la propria consacrazione, il proprio suggello in quello storico punto di riferimento culturale rappresentato da un centro quale quello della Galleria “La Scaletta”, da anni autorevolmente diretta e animata da un personaggio quale Franco Palumbo.

In questa città di Matera e in questa Galleria della Scaletta, con la sua annessa e preziosa scuola di tecniche dell’incisione di “Via dei 7 Dolori”, storico punto di importanti, significativi contatti e incontri, dibattiti culturali, in quel clima e in quegli spazi di straordinario impegno e partecipazione in cui incancellabili sono taluni ricordi come quelli legati all’operare di un Luigi Guerricchio, e ad esempio alla umana partecipazione di una grande personalità della cultura Resistenziale della Lotta di Liberazione e di riscatto quale fu senza alcun dubbio Giorgio Amendola, e che in questi luoghi, assieme a Luigi Guerricchio, ebbi la ventura d’incontrare più di una volta.

Questi, cara Maria Pina Bentivenga, i pensieri, le riflessioni, qui espressi in termini, certamente, affrettati e frammentari, forse confusi, acconsentitimi, nelle presenti condizioni, da questo tentativo d’analisi sul Suo impegno incisorio, in occasione di questa Sua personale alla Scaletta, e che mi auguro, ripeto, Ella possa, comunque volere nonostante tutto, nonostante questo loro carattere d’improvvisazione, accogliere questa testimonianza, oltre che ripeto, di un pieno, certo, riconoscimento della validità del suo messaggio culturale, della mia più viva, sincera amicizia.

Venezia 12 febbraio 2005