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“Io bussai alla tua chiusa imposta con un ramoscello di fiori”

di Duilio Rossoni

M.P.

Semplice, arguta, vivace e, talora, sottilmente ironica, senz’ombra di vanità non fa vita mondana, non frequenta cenacoli, lavora di pomeriggio: un giardino rorido, di pioggia tessuta nel sole, un cancello su visioni della terra Basilicata e credo che voglia “costruire un tempio”.

Amabile, sorridente, lieta di accogliere le “speranze” e le “promesse” di un rettangolo di rame. Ma non si riposa! Nell’intimo, ribelle orgogliosa che lavora e si guadagna la vita”

M.P.

Sa con certezza che siamo in una fase di curiosità, di interesse esteriore, di immagine: ma ha fede che un ricordo d’infanzia non è meno tenero e commosso perché affidato all’incontro casuale di un oggetto, di un colore, di un suono e vi ritrova stemperata una commozione antica, di ricordo.

M.P.

L’insistenza, su pochi ricorrenti motivi: groppe brulle di monti contro cieli vuoti, orizzonti vicini e senza illusioni, spigoli vivi, di monti incastrati tra pendici brune, geometrie disfatte, pianure senza prospettive, umidi campi arati, messi morte senza sole.

M.P.

Un po’ imborghesita all’esterno, ma si capisce che all’interno deve superare feroci scoramenti e misurarsi in una lotta all’ultimo sangue col proprio angelo e col proprio demonio, disperarsi e votarsi ad una perpetua insoddisfazione.

Ma è affar suo: è la sorte che si è scelta a cui resta attaccata.

L’artista vero, nessuno può aiutarlo, si deve lasciarlo lì, davanti al foglio bianco e se è possibile non disturbarlo.