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Maria Pina Bentivenga O Dell’intreccio della vita

di Marco Bussagli

Quale sia il valore simbolico del nodo o dell’intreccio ce lo spiega quel grande storico delle religioni che fu Mircea Eliade in un magistrale articolo pubblicato nel 1949 su Zalmoxis.

Eliade esaminava il valore del “dio legatore”, di colui cioè che lega per la vita o per la morte gli esseri creati al proprio destino. Del resto, quanto sia grande la potenza dell’intreccio lo dimostra il fascino delle stoffe, dei tappeti, delle sete che nascono, per l’appunto, da un filo o da un insieme di fili che, isolati, avrebbero ben poco valore. Sarebbero essenze effimere, inconsistenti. Quando, invece, s’intrecciano sotto la spinta dei telai a basso o ad alto liccio, per via dell’intreccio, si trasformano in un prodigio. I fili prendono forma e danno vita a una superficie morbida e cangiante che avvolge, protegge, copre. I fili hanno preso vita e dal loro intrecciarsi nascono forme, immagini, decori che i fili da soli non avrebbero potuto certo evocare.

Anche un segno su una superficie, da solo, è un’entità senza vita, è isolato e fragile; insignificante. Quando i segni s’intrecciano, però ognuno dà forza all’altro e si organizzano in un universo complesso che racconta di ombre e di luci, di volumi e di campiture. E’ a questo linguaggio complesso che ricorre, nelle sue incisioni ad acquaforte, Maria Pina Bentivenga che riporta negli occhi l’asciuttezza della sua terra, della Basilicata.

E’ l’intreccio di segni il vero protagonista delle sue opere che a volte assumono la cupa profondità dell’acqua scura increspata in superficie dalla brezza leggera della vita. Allora le forme affiorano come dalla caverna dell’anima e salgono fino alla luce. Poco importa che si tratti di paesaggi fronzuti o di fiori secchi. Maria Pina li fa vibrare con l’intreccio del suo segno che porta via la luce alla lastra e scava leggeri solchi d’inchiostro.

A volte, poi l’immagine si fa chiara, lattiginosa come se impalpabili tele di ragno si fossero depositate negli angoli scuri del suo universo interiore. Sembrano presenze ectoplasmiche che grondano luce e rintrecciano così la paura dei fantasmi notturni alla solarità della vita.