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Maria Pina Bentivenga

di Guido Giuffrè

Nei due rami del lavoro di Maria Pina Bentivenga ci sono omogeneità, contiguità e differenze, le une e le altre inevitabili come sempre avviene quando un artista pratichi i due linguaggi della pittura e dell’incisione. A volte, com’è noto, tra i due settori prevalgono le analogie, a volte le diversità. Per taluno si può tralasciare questo o quello senza troppo danno per la statura o il giudizio complessivi, per altri sarebbe invece dimezzare la personalità, costituirebbe perdita immensa: basti pensare – sono esempi persino abusati – a Morandi pittore e incisore (in una stagione che è ancora nostra) o a Rembrandt, una delle vette di tutti i tempi.

Nomi grossi, ma la questione è la medesima, quella cioè di individuare le radici comuni (trattandosi di uno stesso artista) in strumenti, procedimenti e linguaggi assai diversi.

A prima vista il luogo d’elezione di Maria Pina Bentivenga è l’incisione, in particolare l’acquaforte integrata magari, appena, da qualche appoggio di bulino. Ella opera sulla lastra con maestria e si direbbe con magia, quasi nel graffiare la cera scavalcasse i lenti processi delle morsure, delle prove di stampa, e vedesse direttamente la resa finale. Come se insomma maneggiasse non la punta d’acciaio ma la matita sul foglio bianco. Ne sortiscono immagini dove gli intrecci del segno creano spazi, atmosfere, lontananze fortemente evocative. E questa dimensione sognante (dove anche il groppo aspro d’una ceppaia sembra affiorare o affondare nella memoria) nell’incisione è tratto costitutivo: così vissuto intenso e maturo che passando alla pittura esso sembra venir meno. Al primo sguardo. Scavalcato invece il grafismo che permane nella superficie dipinta talora dominante, inclinando magari alla calligrafia ma innervando forme e spazi, e accostato il corpo vivo della pittura, ci si accorge che nel diverso linguaggio il ceppo poetico è in buona parte il medesimo: il bisogno di attingere al cuore della realtà scavalcando apparenze, descrizioni, racconto. Sì che di alberi o siepi non sussistono che viluppi incalzanti e pure scanditi, ritmati in un ordine che al di là dall’apparente irruenza resta serrato, stretto da una necessità non formalistica ma interiore. E quei diritti della pittura che sembravano cedere a un grafismo di riporto, derivato dall’abitudine incisoria e qui eccessivo, tornano invece a farsi ragione e vita dell’immagine: valgano, non fosse altro, le tre eccellenti telette dal titolo Forme. Vi circola il retaggio, ma rivissuto, di un astrattismo corposo e insieme centellinato, vigile nel calibro delle paste cromatiche come nel raffinato modularsi delle cromie. L’artista non espunge il riferimento al reale, sempre latente, ma lo piega all’immagine, alle vitali necessità della forma.

Eppure non è un caso che la Bentivenga confessi di avere per lunghi anni concentrato il suo lavoro sull’incisione. Non lo dicesse, si capirebbe. Il foglio rivela che sulla lastra il segno fiorisce come il germoglio a primavera, sicuro di sé, sorgivo ma ben conscio del percorso e del traguardo. Pulito, nitido anche là dove intrecciandosi si addensa. L’estrazione è morandiana non bartoliniana, per citare riferimenti canonici ai quali l’artista, pure ben conoscendoli, non deve granché. Semmai, curiosando tra le immagini, si riscontra qua e là l’eco, se non del segno, di certe atmosfere che erano di Enzo Brunori nelle acqueforti dei primi anni settanta: pensiamo a fogli come Sole lieve, Terra agra, o, appena più tardo, Madrigale per Myson. Ma Brunori trasferiva il medesimo mondo dall’uno all’altro dei due linguaggi; la dimensione poetica era equivalente nell’incisione e nella pittura, fatta di atmosfere, trapassamenti, nobili squisitezze. La giovane lucana – ora romana – è diversa, come si accennava. E le sue origini (è nata a Stigliano) non si citano a caso. In alcuni dei fogli più belli il ricordo delle pareti rocciose che a Matera fronteggiano i Sassi, costellate di anfratti, caverne, necropoli percorse da voci e fantasmi antichi, – quel mondo misterioso e affascinante più che affiorare respira e vive. Vengono in mente i versi di un magnifico testo di Sinisgalli cui la nostra artista ha dedicato tre belle incisioni (…la Lucania apre le sue lande, / le sue valli dove i fiumi scorrono lenti / come fiumi di polvere… / …In un’aria vulcanica… / gli alberi respirano con un palpito inconsueto; / le querce ingrossano i ceppi con la sostanza del cielo). In un altro eccellente foglio del 2001, Rami, i grovigli vegetali si fanno groppi, gole, caverne o nubi di tempesta: l’immagine, come in ogni lavoro dell’artista, più che piegarsi alle suggestioni del lettore le guida nel suo proprio mondo, guidata essa stessa dal sicuro istinto poetico dell’autore.

Non sai se ti vince la malia di quelle memorie, eco di dimensioni altre traguardate con animo incantato, ovvero la schietta bellezza del tratto, il gioco delle trasparenze, la levità o il rinforzo delle morsure in cui traluce il buio delle grotte o si stendono i piani modulati dalla luce. È l’uno ed è l’altro – come sempre quando un artista è sfiorato dalla grazia.