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Segni della natura lucana

di Vito Clementelli

Recensione alla mostra Valichi pubblicata suol Quotidiano della Basilicata

Un dedalo di segni graffiati su una lastra di rame, un paesaggio oscuro che via via lascia vedere dei segni di luce e un’immagine, delle grotte, dei tronchi nodosi, segno di una vita che c’era.
Un mondo apparentemente dimenticato ma che continua a vivere da millenni, scorci della gravina lucana, fenditure nella roccia, piccoli paesi visti dall’interno di una caverna, su tutto interviene un elemento fantastico che rielabora il disegno fra il ricordo e l’immaginazione.

Sono queste le scarne descrizioni di alcune delle opere di Maria Pina Bentivenga, artista stiglianese che ha presentato il suo lavoro in una personale che è stata inaugurata sabato scorso nelle sale del circolo “La Scaletta”.

La storica associazione culturale materana continua a mantenere il suo impegno di prestare massima attenzione alla terra lucana e ai suoi artisti. La continua ricerca, l’indefesso studio del professar Palumbo ha questa volta portato a Matera una giovane artista che ha già mostrato in campo nazionale e internazionale il suo indubbio valore.

Presso la Scaletta sono presenti diverse opere della Bentivenga, esse illustrano un cammino artistico e culturale che non nasconde un attaccamento profondo alla terra natale della giovane artista di Stigliano. Le opere presenti nella mostra sono ottenute tramite una tecnica detta acquaforte che consiste in disegno inciso su una lastra di rame mediante acido nitrico che un tempo era chiamato “acqua forte”. Il lavoro finito viene poi stampato e tirato in una serie limitata di copie che sono poi quelle che il pubblico vedrà nella stanze

della Scaletta.

“Tutti i miei lavori” racconta la Bentivenga “anche se non di proposito, ritornano in qualche maniera, con qualche elemento, alla terra di Basilicata; è qualcosa che si ha dentro e viene fuori in ogni situazione”.

L’artista mostra il suo sincero entusiasmo nel descrivere la tecnica usata nei lavori che presenta a Matera: « Lavorare con l’acquaforte è sempre una scoperta, è l’incisore che lascia ovviamente il suo segno e la sua volontà ma poi agisce anche l’acido che apporta all’incisione qualcosa di alchemico, un quid che non e del tutto calcolato, tutto questo ha qualcosa di misterioso che rende questo lavoro sempre singolare e pieno di sorprese ».