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Superfici

di Federica Luser

L’evoluzione dell’arte di Maria Pina Bentivenga avviene per gradi. Non so se volontariamente o per un innato senso del “mestiere”, inteso nell’accezione più antica e vera del termine, ha percorso tutte le fasi d’apprendistato “del giovine pittore”, iniziando con l’imparare la difficile arte dell’incisione per poi dedicarsi al colore.
Punto di partenza per ogni sua opera è la visione di un paesaggio, l’esperienza derivata da luce, colore, forma. Guardando, Maria Pina Bentivenga impara a capire quanto sta dietro il dato reale, sente la terra in movimento, in continua mutazione, capta il pulsare della vita attraverso il flusso perpetuo di linfa vitale.
E’ il tempo della conquista del segno grafico che le permette di rivolgere la propria attenzione agli elementi costitutivi della natura, alla scoperta del momento iniziale della creazione.
Il suo interesse si concentra sulle superfici che rende magnificamente nelle incisioni, affidando al bianco e nero l’evocazione di un paesaggio che appare aspro, duro, difficile da interpretare come quello del materano dove è nata e vissuta, fino al trasferimento a Roma per seguire l’innata vocazione per la pittura.
Proprio le rocce, gli anfratti, le siepi, gli arbusti della sua terra diventano i segni originari di un mondo immaginario in continua mutazione, forme costitutive che conducono dal visibile all’invisibile e viceversa, mantenendo sempre un vivo aggancio con il dato reale anche se sfrondato da ogni attributo considerato superfluo.
Quando poi Maria Pina Bentivenga comincia a dipingere, l’ idea di paesaggio è già chiara nella sua mente. Il segno calligrafico rimane la costante di ogni opera e tesse sulla tela la trama di un racconto, che pesca dalla memoria quei dati che le permettono di riannodare il legame con la natura.
Alternativamente ci propone espressioni astratte che, come Frammentazione I e II, e Forme I, II III del 2001, evocano forme assolute spezzate ma poi ricostruite sulla tela, o Siepe, dello stesso anno, che opera un ulteriore passo verso l’intimità delle cose, portando in superficie l’idea interiorizzata della siepe; e opere che invece mantengono un collegamento forte con il dato naturale, dimostrando una solida aderenza alla realtà, unico punto di partenza della sua pittura. In questo senso Dentro-fuori del 2006 diventa emblema del profondo radicamento di Bentivenga alla sua terra: le radici dell’albero che a stento trovano nutrimento dal terreno arso permettono ugualmente al ricco fogliame di esplodere nella sua bellezza; eterna lotta della natura che comunque riesce a sopravvivere e a modificarsi, adattandosi a qualsiasi situazione, anche quella più difficile.
L’acceso cromatismo, forte e intenso, con cui Bentivenga dipinge i propri ricordi di verde e azzurro, di ocra, rosso e marrone, ben si accorda con il segno forte e deciso con cui gli stessi sono stesi sulla tela. Segno che soprattutto nei pastelli diventa “scrittura”, sintesi estrema di un pensiero che si trasforma in gesto. Come nel ciclo Passaggi del 2006 ove il supporto cartaceo blu scuro permette al tratteggio colorato di creare intrecci di grande impatto emotivo, o anche nella serie Terre del 2007, in cui le linee marroni, ocra, verdi e azzurre delineano, sintetizzandola, l’idea di un paesaggio fatto di rocce, mare e cielo, tratti che escono, come una trama, da uno sfondo le cui sfumature , date dall’uso del caffè più o meno diluito fanno intuire il calore della terra -madre.
Ancora una volta l’artista dimostra la propria capacità nell’uso di tecniche diverse – dall’incisione all’olio, dal pastello all’acquarello – e, soprattutto l’abilità nel mantenere, pur nella sperimentazione di vari strumenti e materiali, la propria cifra ben evidente, quel segno che specifica una superficie tattile da cui nasce un caleidoscopio di immagini mutevoli.
Maria Pina Bentivenga è affascinata dalle superfici, dal gioco grafico di linee che riesce ad intrecciare sulla carta o sulla tela, delineando così una propria poetica nata dalla profonda riflessione sulla “necessità interiore delle cose”, come se la sua mente avesse riprodotto ciò che di veramente essenziale appartiene alla forma, operando quel processo di sintesi che permette di superare il mondo dell’apparenza per rivelare “l’intima essenza delle cose”.
Una magia che coniuga colore e gesto grafico sottolineando il temperamento deciso e allo stesso tempo dolce dell’artista che dimostra di aver intrapreso un percorso pittorico autonomo e già maturo per la sua giovane età.